Chiudi

-
Atp

Danke, Domi! Campione in mezzo ai giganti

Altri giocatori sono stati più amati o celebrati di lui, eppure i numeri dicono che nessuno è riuscito a insidiare i Big Three come Dominic Thiem, capace di raccogliere sedici (!) vittorie contro i tre fenomeni della sua epoca. Ma nella sua carriera c’è stato anche tanto altro: ecco per cosa sarà ricordato

23 ottobre 2024

20241023_thiem__1_.jpg

C’è un dato che meglio di ogni altro riassume il valore della splendida carriera di Dominic Thiem, aperta da ragazzino prodigio per tennis e capacità di applicarsi, e chiusa martedì sera dopo la sconfitta all’esordio nella sua Vienna, come ampiamente anticipato nelle settimane precedenti. Si tratta del numero di vittorie ottenute dall’austriaco classe 1993 contro i Big Three, simbolo di un’epoca unica e probabilmente irripetibile nel mondo della racchetta. Combinando le sue vittorie raccolte contro Novak Djokovic, Rafael Nadal e Roger Federer, esce la cifra impressionante di sedici successi complessivi, almeno cinque contro ciascuno degli intoccabili (contro Nadal il record di 6, quattro dei quali sulla terra battuta).

I numeri forniti da ATP dicono che gli unici giocatori a vantare un record contro i Big Three migliore di quello di Thiem sono… gli stessi Big Three, i quali gli hanno inviato dei video-saluti per accompagnare il suo addio al tennis giocato, proiettati nella cerimonia di lunedì sera alla Wiener Stadthalle. Il record statistico spiega alla perfezione l’impatto che Thiem ha avuto nel circuito, ancora più dei 17 titoli ATP (compreso uno Us Open nell’epoca dei giganti: roba per pochissimi), del best ranking al numero 3 della classifica e di molto molto altro.

Ha fatto più di Zverev, più di Tsitsipas, più di Dimitrov, più di decine di altri giocatori contemporanei. Molti più incensati e attesi di lui, ma forse solo perché la tendenza umana è sempre quella di guardare al domani, senza accorgersi del valore di ciò che c’è oggi. Thiem è stato il quotidiano per anni, sei dei quali trascorsi da top-10, guadagnandosi sul campo il diritto di dare del tu anche alle leggende.

20241023_thiem__2_.jpg

Armato di un tennis naturale e di rara intensità, carichissimo di top spin ma anche di energia e fame, ha vinto tantissimo per anni, disputando la bellezza di quattro finali nei tornei del Grande Slam. Nelle prime due si è trovato di fronte Nadal a Parigi, e pazienza. Nella terza Djokovic all’Australian Open, e anche lì si è dovuto accontentare, pur andando in vantaggio di due set a uno.

Ma appena l’occasione è diventata concreta per davvero, leggi allo Us Open del 2020, non se l’è lasciata sfuggire, rimontando due set di svantaggio al suo grande amico Alexander Zverev per chiudere 2-6 4-6 6-4 6-3 7-6 e alzare le braccia al cielo in un Arthur Ashe Stadium completamente… deserto. Uno scherzo della pandemia, che – direttamente o meno – ha segnato anche la carriera di “Domi”, perché da quel trionfo in poi non è più stato lo stesso.

Dopo lo Us Open non ha più vinto un solo torneo, nemmeno un Challenger, e se la storia clinica ricorderà di un infortunio al polso che l’ha tenuto fermo a lungo e poi non gli ha più permesso di giocare come prima, i veri problemi rovina carriera li ha incontrati a livello psicologico, in termini di motivazioni. Una volta raggiunto a New York l’obiettivo inseguito per un’intera carriera, l’austriaco si è trovato scarico, svuotato, e ha faticato a spostare l’asticella più in alto o altrove. Roba che ai Big Three è sempre venuta benissimo, a lui no e per un umano non è affatto strano. Anzi, rientra nella normalità delle cose, unita al logorio di un fisico spremuto così tanto che da punto di forza si è gradualmente trasformato in punto debole.

Dominic Thiem, la storia della carriera

Dominic Thiem, la storia della carriera

Oltre che i trionfi, di Thiem rimarrà la contraddizione di giocatore dal tennis particolarmente ostico soprattutto sulla terra battuta, ma che – colpa di Nadal – i suoi due tornei più importanti li ha vinti sul cemento americano, nel 2019 il Masters 1000 di Indian Wells e l’anno successivo lo Us Open. Sul duro, addirittura indoor, anche due finali alle Nitto ATP Finals, entrambe mancate per un soffio (o un tie-break) a Londra, fra 2019 e 2020.

Segno che in fondo il buon Dimi sapeva giocare da numero 3 del mondo dappertutto, armandosi di applicazione per cambiare momentaneamente le sfumature del suo tennis forgiato dal coach Günter Bresnik, l’uomo ombra  che l’ha accompagnato fino al 2019, prima della rottura e delle conseguenti polemiche da parte dell’ex allenatore, rimasto scottato dalla presunta mancanza di riconoscenza da parte della famiglia Thiem.

Dell’austriaco si ricorderà anche il grande impegno per la salvaguardia del pianeta, ancora prima che la sensibilità ambientale raggiungesse l’attenzione attuale, e pure una delle love story della racchetta, durata oltre due anni con la francese Kiki Mladenovic. Poi, i due decisero di rompere perché la relazione richiedeva tempo, impegno e attenzione, troppa per uno come Thiem che ha fatto della disciplina la sua legge. E pazienza se così facendo è stato costretto a perdere qualcosina qua e là, quando si guarderà indietro avrà comunque almeno 16 motivi per essere felice.

20241023_thiem__3_.jpg


Non ci sono commenti