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Campioni internazionali

Murray: passione, intelligenza e trucchi da favola

Gli addetti ai lavori più qualificati sono i primi ad applaudire la grande prestazione dello scozzese che è riuscito a battere in rimonta l’emergente più esplosivo del circuito usando la forza ritrovata ma soprattutto l’intelligenza, l’esperienza e persino la battuta "da sotto". Ora lo attende Zverev

di | 12 ottobre 2021

Andy Murray è nato a Dunblane (Scozia) il 15 maggio 1987

Andy Murray è nato a Dunblane (Scozia) il 15 maggio 1987 (Foto Getty Images)

Partire in vantaggio 3-0 nel primo set e poi subire la rimonta prepotente del ragazzino più esplosivo del circuito, quel Carlos Alcaraz che ha poco più della metà dei suoi anni: anche i tifosi più irriducibile di Andy Murray probabilmente hanno pensato che era stato bravo a sorprendere l’avversario in partenza ma che la vicenda finiva lì, su quel 7-5. C’era da difendere l’onore nella seconda partita, cercando di non farsi piallare, e andare a ritemprarsi velocemente sotto una bella doccia calda.

Ma Sir Andrew Barron Murray non è un campione come gli altri. Non è tanto l’anca artificiale, da uomo bionico, a fare la differenza. E’ quella materia grigia speciale che gli riempie il cranio, quel pensiero libero e quella volontà indomabile che lo rendono diverso da tutti gli altri. Un leader anche da n.121 del mondo. Uno che sa coltivare sogni sportivi diversi dagli altri, che non ha bisogno di inseguire record storici o nuovi guadagni per lavorare come un matto alla ricerca di una performance ideale. Gli basta la semplice idea che, siccome fisicamente si sente bene, non ha più dolore all’anca e giocare a tennis gli piace da morire, può ancora giocarsela alla pari (e provare a battere) i migliori. Come cercherà di fare di nuovo stanotte, opposto ad Alexander Zverev, n.4 del mondo, 10 anni più giovane di lui.

La prova contro il talento più esplosivo

Una passione smisurata che scalda una testa fina, dicevamo, che ha subito interpretato il confronto con Carlito Alcaraz come una grande prova di quello che poteva ancora fare su un campo da tennis.

Lo spagnolo 18enne, n.38 del mondo, era stato il giocatore che più aveva impressionato agli Us Open: la sua partita vincente contro Stefanos Tsitsipas, secondo favorito del torneo, era stata una strepitosa dimostrazione di potenza, tecnica e personalità. Si era imposto dopo cinque set in cui aveva sovrastato il giovane giocatore forse più completo e prestante del circuito non per demerito del n.3 del mondo: solo meriti suoi. Carlos era stato più forte. “Non ho mai giocato contro uno che tira così forte” aveva ammesso il greco.



E allora che si fa? Bisogna mettere a frutto tutti gli allenamenti svolti sin da questa primavera, sin da quando aveva scelto di venire a Roma, agli Internazionali BNL d’Italia, anche se non poteva giocare il torneo: solo per potersi allenare con i colleghi di un certo rango (Novak Djokovic in primis) per fare qualche set e capire a che punto era del suo tentativo tornare a essere il se stesso che ha vinto 3 Slam, 14 Masters 1000, le Nitto ATP Finals, la Coppa Davis e, nel 2016, ha raggiunto la vetta delle classifiche.

Ha provato all’inizio a giocare a braccio libero, sul terreno dell’avversario: il primo set è andato come detto sopra. Poi ha messo in campo anche l’esperienza e la sapienza tattica. Ne sono usciti trucchetti da prestigiatore, come il servizio dal basso con cui ha fatto ace, chiudendo il suo turno di servizio che lo portava 2-1 nella seconda partita ma anche una conduzione di gioco da grande maestro.

  

Capolavoro tattico

Come ha fatto notare Craig O’Shannessy, il grande tattico/statistico del circuito professionistico (oggi anche consulente della FIT), Murray ha mescolato le carte e impostato gli scambi, soprattutto sulla diagonale del rovescio, arretrando di un passo per trovare maggiore profondità e insieme rimbalzi più alti.

Alcaraz diventa ingiocabile quando la velocità sale e il rimbalzo è basso, all’altezza dell’anca. Con Murray a condurre gli scambi, piazzato dietro la linea di fondo, i piedi sulla grande scritta bianca “Indian Wells”, il 18enne di El Palmar, Murcia, da fenomeno qual è, è diventato un giocatore normale. E, giustamente, ancora inesperto quando si tratta di affrontare in battaglia uno dei più grandi combattenti dell’ultimo ventennio tennistico. Un Fab Four.

E’ stata davvero battaglia, perché l’ultimo “quindici” si è chiuso dopo 3 ore e 3 minuti. Il punteggio dice però che, dopo il 5-7 iniziale, il secondo e il terzo set Murray li ha incamerati 6-3 6-2. E le statistiche registrano una sua superiorità in tutti i comparti del gioco: ha servito meglio, risposto meglio, chiuso punti a rete con una percentuale migliore. Alacaraz ha prevalso nel numero dei winners (40 contro 26) ma commettendo ben 43 errori non forzati contro i 29 dello scozzese. A dimostrazione che la tattica ha funzionato alla perfezione (su quelle palle un po’ più alte e meno veloci il ragazzino è diventato più falloso) e il fisico ha retto di fronte alla necessità di arginare quell’irruenza spagnola per più di tre ore.

Capolavoro di resilienza

Uno che di tennis sa parecchio come Darren Cahill, ex giocatore e poi coach di Hewitt Agassi, Simona Halep e, per un periodo, dello stesso Murray ha definito la vittoria come la migliore del baronetto dopo l’operazione di plastica all’anca. “E’ riuscito a battere Alcaraz da fondo campo, giocando in difesa con pazienza, e sovrastandolo alla fine sul piano fisico e mentale”

Un piccolo capolavoro mentre Novak Djokovic riposa e sia Nadal sia Federer sono in ‘reparto riabilitazione’. Niente male per uno che aveva già smesso. Per uno che si sarebbe accontento anche solo di poter tornare almeno a camminare senza dolore.

Un’altra bella lezione di resilienza intelligente e passione per il tennis, condita dall’autoironia con cui ha raccontato le peripezie delle scarpe da tennis puzzolenti e della fede nuziale smarrita e ritrovata. E unita alla disponibilità a tutte le interviste e al divertente dialogo, prima via social e poi diretto, con Iga Swiatek, che lo vede come una specie di mito.

Forse un mito Andy lo è davvero, un leader anche se non vince in senso classico. Perché è un vincente, comunque vada stanotte con Alexander Zverev.

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