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Il sogno è diventato realtà: da oggi Fabio tra i top ten. E' il terzo italiano nell'era open dopo Panatta e Barazzutti. Genio e sregolatezza, a Fognini il click giusto è arrivato dopo il successo nel Masters 1000 di Monte Carlo
di Angelo Mancuso | 10 giugno 2019
PARIGI - Il talento, quello vero, è dono di pochi eletti. Così come l'anarchia di Fabio Fognini intesa come qualità, come capacità di inventare, di stupire e sorprendere, ma talvolta anche di distruggere e di distruggersi. Nessuno, però, ora potrà più mettere in dubbio che è il più forte giocatore italiano degli ultimi 35 anni. Quel "numerino magico", come lo ha definito lui stesso, è lì a certificarlo: 10 del mondo.
Potrà non piacere e talvolta ha atteggiamenti sopra le righe, ma la qualità del suo tennis non si discute. Con buona pace di tutti i se e i ma che da anni lo accompagnano. Potrebbe vincere di più? Certo. Ma a guardare sempre ciò che non ha fatto si rischia di dimenticare il valore di ciò che ha fatto e potrà ancora fare. Perché non finisce certo qui e lo confermano le sue parole: "Raggiungere la top ten è un po' il compimento di un sogno. Mi rivedo bambino sul campo da tennis con la racchetta più grande di me e penso: 'Ne ha fatta di strada quel bambino'. In questo momento sono felice e il ringraziamento va alla mia famiglia, a mia moglie e mio figlio, agli amici e a tutte le persone che mi sono sempre state vicino. E' emozionante vedere il numero 10 accanto al mio nome. Questo è un piccolo grande tassello che si aggiunge ad altri e mi spinge a continuare a dare tutto me stesso per questo sport che amo".
Era il 2002, Fognini aveva 14 anni e stava giocando le qualificazioni a un torneo junior a Santiago del Cile. L'allenatore Leonardo Caperchi lo portò a Vina del Mar per fargli toccare con mano il mondo professionistico. Per il giovanissimo ligure fu un battesimo di fuoco. Sotto i suoi occhi di ragazzino alle prime armi, David Nalbandian fu squalificato durante il match contro Flavio Saretta per aver insultato un giudice di linea. Quasi una premonizione di quanto avremmo visto negli anni a seguire. Fabio novello Dottor Jekyll e Mister Hyde della racchetta capace di tutto, nel bene e nel male: prendere o lasciare. Il giorno e la notte, paradiso e inferno, bello e dannato. Non c’è articolo in cui non si faccia menzione delle sue bizze. Fabio è così, un passionale e istrione, non sai mai cosa gli passa per la testa. Le esplosioni d'ira contro gli arbitri e l'incapacità di controllare i nervi, che gli sono costate più di una partita in carriera, lo hanno consegnato al culto del diverso, del McEnroe 2.0. Eppure, con tutti i suoi limiti, a quella benedetta top ten si era già avvicinato qualche stagione fa. Domenica 7 luglio 2013, giorno in cui Murray conquistava Wimbledon, lui era in Germania e scese in campo contro De Bakker in un incontro di Bundesliga. Qualche giorno dopo sarebbe iniziata una cavalcata impressionante: vittoria a Stoccarda, vittoria ad Amburgo (un Atp 500) e finale a Umago, tutte sulla terra. Nella stagione seguente il 31 marzo 2014 era salito fino alla 13esima posizione, dopo aver vinto il titolo a Vina del Mar. "Rispetto ad allora sto vivendo il momento con maggiore consapevolezza e maturità", aveva confessato durante le giornate parigine. E ha avuto ragione.
In fondo è normale che a 32 anni si facciano meno stupidaggini che a 20. Nel frattempo si è sposato con Flavia Pennetta (era l'11 giugno 2016) e nel maggio 2017 è arrivato il primogenito Federico. Se è vero che la paternità fa bene ai tennisti, lui ne è la prova evidente. La chiave era tutta nella sua testa: il click giusto è arrivato quando si è reso conto di essere forte, molto forte. Il segno di una profonda maturazione e ulteriore indizio del definitivo salto di qualità. E' accaduto a Monte Carlo, a un passo da casa, in uno stadio da paradiso tra cielo e mare. Passione e resurrezione, senza voler essere blasfemi visto che ricorreva la Pasqua. Il 21 aprile 2019 è diventata una data storica per il tennis italiano perché un azzurro è tornato a trionfare in un torneo importante, il primo Masters 1000 da quando nel 1990 è stata istituita la categoria. A Monte Carlo l'ultima vittoria risaliva addirittura a 51 anni fa: era il 1968 e Nicola Pietrangeli completò il personale tris. Poi nel 1977 Corrado Barazzutti si arrese a Borg in finale. Lo squillo nel Principato è stata la fine di un'attesa per chi in Fognini ha sempre visto quel talento puro capace di manifestarsi superando illusioni e delusioni, vittorie e sconfitte. In questo vortice hanno saputo resistere i più irriducibili, pellegrini in viaggio verso una meta, un sogno. Dopo quel trionfo Fabio è diventato più consapevole della propria forza e ha raggiunto picchi di rendimento straordinari. Li aveva già avuti di tanto in tanto, ma a corrente alternata. Quante volte in Coppa Davis si è caricato il team azzurro sulle spalle? Ora la differenza la fa la continuità: se ha trovato sul serio la ricetta per risolvere questo difetto nessun sogno è vietato.