
Chiudi
Esattamente 41 anni fa il pubblico degli Us Open, che quest’anno non ci sarà, fece cacciare l’arbitro di sedia del 2° turno tra McEnroe e Nastase ottenendo la prosecuzione del match interrotto per squalifica del rumeno. Ci riuscì con una specie di rivolta che si contrappone fortemente al ‘rumore del silenzio’ degli spalti vuoti di oggi
di Gabriele Riva | 29 agosto 2020
Nel mezzo, una specie di rivolta popolare montata passo dopo passo (e birra dopo birra) a partire dalle penalità comminate dal giudice di sedia Frank Hammond al rumeno. Con il suo comportamento al limite del riottoso, con tanto di lancio di oggetti, bicchieri e lattine di birra, il pubblico fece sì che referee e direttore del torneo furono costretti a sconfessare le decisioni prese dall’arbitro di sedia e a rimuoverlo dal suo incarico a match in corso.
Prima di scendere nei dettagli, val la pena annotare un piccolo inciso che ci riporta se non proprio all’attualità alla contemporaneità. Storicamente, e in condizioni di normalità s’intende, il pubblico statunitense è anche quello più indisciplinato per il tennis. Abituato com’è a smangiucchiare sugli spalti delle partite di baseball, a ballare nelle arene NBA e a puntare ai 15 secondi di gloria da maxischermo negli stadi di Football.
Così durante le partite degli Us Open cui siamo (eravamo?) abituati il chiacchiericcio è diffuso, l’urletto non manca mai, le camminate da un seggiolino all’altro si sprecano. Tutta roba per cui a Wimbledon verresti cacciato da uno dei marshall con fascia al braccio e cappellone, oltre che sottoposto al pubblico ludibrio dei buu e degli sguardi sentenziosi dei compagni di tribuna.
Chi ha avuto la fortuna di vedere dal vivo più d’uno dei quattro Slam, non necessariamente tutti, sa che la differenza si percepisce pur stando seduti sul proprio seggiolino, figuriamoci in campo. Ogni giocatore, poi, reagisce alla sua maniera, secondo inclinazioni e preferenze.
Quel giovedì sera del ’79, bando agli incisi e volendo usare un eufemismo, si andò effettivamente un po’ oltre.
In un’intervista concessa al New York Times anni dopo, fu proprio McEnroe ad andare alla genesi degli eventi: “All’epoca le partite serali erano quasi una novità - spiegò McGenius, che per altro quel torneo poi lo vinse in finale sul connazionale Vitas Gerulaitis - ed era proprio questo che le rendeva divertenti. La gente aveva finito di lavorare, poteva lasciarsi andare e godersi qualche birra…”. Diciamo un po’ più di qualche, nella fattispecie.
Insomma, gli ingredienti per il patatrac c’erano tutti, soprattutto in considerazione del fatto che Nastase, vincitore a New York nel ’72, non era mica nuovo a certi comportamenti. In campo, pur di vincere, le provava tutte: si metteva a discutere con il pubblico, perdeva tempo, tirava fuori dai gangheri l’avversario, litigava con gli arbitri, importunava i giudici di linea.
Non stupisce che, per affinità onomastiche e caratteriali, il suo soprannome era Nasty. Che in inglese vuol dire “cattivo”, “sporco”, “poco di buono” con un’accezione fortemente spregiativa. Chi segue le campagne elettorali statunitensi sa che è uno degli aggettivi più usati da Trump per riferirsi, con disprezzo, ai suoi avversari politici, specialmente femminili (ieri Hilary Clinton, oggi Kamala Harris).
“La verità è che - ricorda con un pizzico di superiorità McEnroe - quella sera capì subito che non ci sarebbe stata storia e io realizzai altrettanto in fretta che ne avrebbe fatte di tutti i colori”. Ci arrivò un po’ più tardi anche la gente sugli spalti, che cadde nel tranellone con tutte le scarpe.
La miccia si accese all’inizio del quarto set, quando McEnroe era in vantaggio di due set a uno, 2-1 e 15-0: Nastase, dal nulla, andò a rete e tirò giù il cappellino del giudice del net, buttandolo a terra, poi tornò al centro della linea di fondò e li si fermò. Di giocare non ne voleva più sapere.
Rimase fermo per un tempo che deve essere apparso interminabile a chiunque; un po’ di più all’arbitro Frank Hammond, un’istituzione della sedia all’epoca, non a caso prescelto per arbitrare un match difficile già sulla carta. Nastase, interpellato sulla questione dopo i 70, disse che lo fece soltanto perché era stanco e che doveva riprendere fiato: “Avevo 33 anni, lui 20: dovevo pure usare tutti i trucchetti del mestiere…”.
Li usò tutti e anche di più: lo fece manipolando il pubblico, giocandoci, usandolo, trascinandolo in campo. Perché al suo rifiuto di riprendere la partita, Hammond fece l’unica cosa che poteva fare: punirlo, prima con un warning, poi con un penalty point e poi, come prevede il regolamento, annunciando il nuovo punteggio: 3-1 McEnroe, senza giocare.
Perfino protocolli e regolamenti, perché di fronte a una folla cui mancavano a quel punto solo torce e forconi per uscire in anticipo dalla penna di Matt Groening, geniale creatore dei Simpson, Talbert fece l’inimmaginabile e in pratica squalificò l’arbitro che aveva appena squalificato Nastase. Lo sostituì con il referee abrogandone di fatto la decisione e fece proseguire il match.
McEnroe vinse quel quarto set per 6-2, senza grande pathos. All’uscita dal campo era furioso: aveva capito come Nastase aveva manipolato il pubblico, quella folla inferocita, per cercare di riportare il match sui suoi binari. “Entrai negli spogliatoi pensando di dargli un pugno in faccia ma poi lo vidi - il New York Times sostiene che Nasty avesse già due ragazze sotto-braccio a quel punto, ndr - e mi disse ‘Ehi MacArony, dove andiamo a cena stasera?’”.
Andarono a mangiare e fecero serata insieme mentre quel 30 agosto piano piano sfumava, come l’eco delle urla del Louis Armstrong e del suo pubblico impazzito. 41 anni dopo non abbiamo certezze su che effetto farà uno Slam ovattato nel rumore del silenzio degli spalti vuoti, né se l’Arthur Ashe restituirà l’eco dei colpi, ma di certo questa volta nessuno potrà usare o sfruttare il pubblico a suo favore.
Nemmeno nel più lecito dei modi (lasciando da parte Nastase e i suoi giochetti), per caricarsi, motivarsi e trovare qualche energia in più, per dare tutto nel momento di massimo sforzo. Cambierà.
Il Louis Armostrong Stadium nel 1979 era il campo centrale degli Us Open